Esiste davvero un "fenomeno" che possa essere indicato con il cartellino "comunicazione inconscia"? Che cosa e in che modo si potrà mai "comunicare inconsciamente"? A partire da quale teoria? Attraverso quali processi?

Affermare che un T e un P in una stanza di consultazione, (ma anche due persone nello scompartimento di un treno, in un salotto, in una camera da letto, davanti a una birra...), comunicano, oltre che in modo esplicito e riflesso, anche inconsciamente, non è, in realtà, scoperta sconvolgente che evidenzi un fenomeno delimitabile come particolare, nuovo, profondo, misterioso e oscuro. Sotto molti aspetti è più che altro una scoperta dell'acqua calda. Anche la semplice pragmatica della comunicazione mostra un livello occulto della comunicazione che può e, in genere, è inconsapevole tanto nell'emittente che nel ricevente. Anche nel più semplice: "passami il sale!" c'è una ... comunicazione inconscia!

Questa considerazione può sembrare una banalizzazione. Non lo è. E' invece un campanello d'allarme che può indurre a interrogarsi sulla differenza, che potrebbe essere rilevante, tra l'assumere la comunicazione inconscia tra due soggetti come fenomeno, come "cosa", come evento mirabile e misterioso raccontato avvenire nell'hic et nunc e studiarla invece come processo in cui sono in gioco "n elevato n" variabili. Se si affronta, infatti, il problema tradizionale della comunicazione inconscia a partire dal presupposto che ogni comunicazione tra soggetti avviene all'interno di un'interazione complessa, tra due totalità complesse, in cui

  1. ciò che può essere definito "cosciente" è solo la punta emergente di una massa stratificata di processi del tutto inconsapevoli,
  2. in cui tanto l'emittente quanto il ricevente sono una "lingua" e un "orecchio" formattati, oltre che dalla natura prima e dalla natura seconda, dalla storia e dai vincoli non semplicemente "culturali", ma idiosincraticamente determinati dalla singola e irripetibile storia di ogni singolo soggetto,
  3. e in cui l'Io cosciente non è il boss che dirige l'intenzionalità della totalità, ma è in gran parte diretto dalla processuale intenzionalità della totalità,

allora dire che tra due soggetti c'è un ampio spazio grigio di comunicazione inconscia è la scoperta dell'acqua calda, salvo precisare però che in questa acqua calda il termine "inconscio" è un semplice aggettivo che significa soltanto "non consapevolmente comunicato".

A creare il problema (e anche una nebulosa confusione) nell'ambito della comunicazione inconscia non è la "cosa", il fatto che in qualunque interazione la comunicazione esplicita poggia ed emerge in una nuvola di comunicazione inconsapevole, quanto piuttosto la delimitazione di questo fatto come un "fenomeno" specifico, all'interno di un contesto particolare (la situazione analitica) e di un punto di vista che lo inquadra e giustifica nel quadro di una teoria che descrive e spiega in termini totalizzanti il comportamento dei due soggetti coinvolti in quella concreta interazione. In concreto, ciò che trasforma la "cosa" ovvia in problema nebbioso e confuso è l'uso del termine "inconscio" e il significato che gli viene attribuito. Se "inconscio" non è un semplice aggettivo, che designa la qualità consapevole o inconsapevole di un qualunque dato o percezione di un dato, ma è un rimando (esplicito o allusivo) a una qualche entità preformata e strutturata che influenza, dirige, manipola il dato in uscita o in entrata, nasce il problema. Il rimando a un tale inconscio (che Freud stesso si impedì di usare come sostantivo (1915) senza peraltro riuscire a obbedirsi!) trasforma una modalità generale della interazione umana in un "fenomeno" particolare, che avviene, con caratteristiche specifiche sue proprie, nella situazione analitica concreta.

In questo modo si crea non solo un problema, ma un groviglio e un equivoco che fanno della comunicazione inconscia un oggetto confuso di cui è persino difficile parlare. Il rimando a un "inconscio sostantivo" è infatti semplicemente dato, supposto, non giustificato sul piano teorico-critico e storico-critico. Per questo è difficile immaginare una discussione produttiva sulla comunicazione inconscia con un neo-bioniano o con un tifoso dell'identificazione proiettiva perché, benché paradossalmente si possa essere del tutto d'accordo sulla "cosa", e cioè sul fatto che la comunicazione esplicita poggia ed emerge in una nuvola di comunicazione inconsapevole, ci si troverebbe a parlare l'uno l'arabo e l'altro l'italiano, a causa della lettura della "cosa" nel quadro di due differenti lingue teoriche.

Per chi volesse limitarsi a parlare correttamente italiano si può con un minimo di analisi logica, cercare di fare chiarezza in questa babele linguistico-teorica, distinguendo i vari livelli in cui la comunicazione inconscia può collocarsi sul piano teorico.

  • Anzittutto c'è la "cosa" ed è semplice da esprimere: la comunicazione esplicita, riflessa e consapevole sembra sottendere e magari anche emergere in e da una nuvola di comunicazione inconsapevole.
  • La "cosa" così genericamente delimitata non è un fenomeno direttamente osservabile, di cui si possa descrivere profilo, struttura, caratteristiche e comportamento con la semplice osservazione, come si può fare con un coniglio o una lumaca. Se, dunque, si desidera conoscere una tale "cosa" non accessibile all'osservazione diretta è inevitabile e necessario spendere un lavoro teorico, formulando ipotesi e congetture da confermare o disconfermare a partire da una quadro o modello teorico. E' il genere di lavoro necessario in tutti quei casi in cui si vuole conoscere qualcosa di non immediatamente accessibile all'osservazione.
  • Si tratterà di avanzare, dunque, ipotesi e congetture sulla natura e funzionamento della "cosa": si manifesta soltanto nella situazione analitica o in tutte le interazioni umane? Come può essere descritto e definito a partire da un modello teorico, (già esistente, da costruire o da ri-costruire), del soggetto, dell'interazione e della comunicazione? Che rapporto questa comunicazione inconscia intrattiene con la comunicazione consapevole? E questa è una piantina che germoglia in modo autonomo e indipendente in prossimità del grande baobab della comunicazione inconsapevole o ha rapporti molto più complicati perché il baobab e la piantina gracile hanno le stesse radici e sono variamente interconnesse? Insomma il problema teorico è quello più generale del ruolo e funzionamento generale della comunicazione inconsapevole nelle interazioni umane, all'interno di una teoria generale intersoggettiva dell'interazione.
  • Naturalmente, ma in modo logicamente successivo e subalterno, si porrà anche il problema più specifico del ruolo e funzione della comunicazione inconscia in quella particolare sottoclasse delle interazioni umane che chiamiamo "interazioni terapeutiche" o "analitiche".

Questa impostazione del livello di teoria relativo alla comunicazione inconscia è logicamente prioritario rispetto al livello di teoria che si può intuire dalla breve introduzione storica che ho abbozzato e che sembra emergere dal dibattito teorico-clinico corrente. Prioritario e logicamente differente. Cerchiamo allora di decrittare la lingua del nostro virtuale antagonista per esplicitarne il terreno teorico in cui coltiva la sua comunicazione inconscia.

  • A prescindere dal fatto che egli ritenga o no che la comunicazione inconsapevole sia una caratteristica generalizzata di tutte le interazioni umane, egli si preoccupa solo della comunicazione inconscia nella situazione analitica tra un analista e un analizzando, considerandolo, che lo dica o no, un "fenomeno" che si verifica tra le quattro pareti dello studio.
  • Considera il "fenomeno", lo studia, lo descrive e se ne serve all'interno di quel contesto teorico, che chiama "teoria psicoanalitica", in cui il termine "inconscio" non è un semplice sinonimo di "inconsapevole", ma rimanda, in modo dichiarato o meno, a forze, intenzioni, desideri, fantasie che costituiscono un inconscio (sostantivo) la cui natura attività e funzione fu descritta ormai più di un secolo fa da S. Freud e sulla cui validità occorrerebbe pronunciarsi criticamente, visto che sono in molti a pensare che quel modello esige un cervello differente da quello di Homo sapiens. Cosa che in genere viene del tutto evitata.
  • Che il nostro contendente consideri ancora valida la teoria dell'apparato (metapsicologia) o la ritenga, magari silenziosamente e in modo non dichiarato, desueta sembra essere del tutto irrilevante perché in ogni caso, l'inconscio cui fa riferimento funziona secondo le modalità che erano state codificate da quell'apparato e sono garantite da prove e dati ricavati dall'esercizio del metodo costruito proprio a partire dalla struttura e funzionamento di quell'apparato.
  • L'apparato era una teoria processuale che intendeva descrivere e spiegare i comportamenti e (dunque anche la comunicazione) in termini di processi, ma ormai da almeno 30 anni nessuno se ne serve esplicitamente per questo genere di spiegazione e validazione congetturale. Di conseguenza il cultore della comunicazione inconscia in senso stretto (comunicazione diretta da inconscio a inconscio) si limita a osservare e utilizzare le funzioni e azioni della comunicazione inconscia senza preoccuparsi di spiegare il "come" e il "perché".

Si capisce quindi che le due lingue sono diverse e che è difficile discutere se uno parla italiano e l'altro arabo o cinese. Si comincia però anche a capire perché il tema sia scivoloso, sfuggente e impalpabile.

Un ascoltatore scettico, sentendo e considerando gli asserti dei cultori della comunicazione inconscia potrebbe trovarli troppo oscuri (come avviene questa comunicazione? Non è una specie di impensabile e misterioso contagio psichico?), magici (come si può immettere inconsciamente in un altro un contenuto, un'emozione, un desiderio?) o persino mistici (cosa sarà mai una fantasia inconscia creata tra due persone, all’interno dell’unità che esse formano nel momento della seduta?), ma le sue istanze critiche e scettiche non serviranno a creare dubbi o interrogativi nel nostro virtuale antagonista. Egli infatti troverà questo alone misterioso della comunicazione inconscia come l'ovvio e logico risultato della sua incommensurabile profondità e verità che, naturalmente, risulterà profondamente e immediatamente vera per chiunque l' abbia personalmente sperimentata come analista e come analizzando.

Freud, che per quanto determinista e meccanicista (e lo ripete energicamente proprio nel saggio Telepatia e psicoanalisi) era abbastanza curioso dei fenomeni occulti. Mentre era del tutto scettico nei confronti della divinazione e previsione del futuro, lo è leggermente meno a riguardo della telepatia e della trasmissione a distanza del pensiero, non ha invece dubbi sulla comunicazione da inconscio a inconscio. In ogni caso il suo interesse per questi argomenti è strettamente legato a un atteggiamento scientifico che non vieta la ricerca anche in questi campi, ma che non transige alla necessità di accettarne i risultati siano essi coerenti o no con i desideri del ricercatore.   Qualche anno fa però mi è capitato di leggere uno stupefacente articolo sulla Rivista di Psicoanalisi in cui un analista trattava tranquillamente di telepatia e di preveggenza del futuro con dovizia di dati clinici!

Ho già notato che Freud parlando per primo di comunicazione inconscia, in realtà, non esce dal suo quadro. Quando invece, seguendo la deriva Ferenczi, Reich, Klein, Bion, Ogden e successivi, questa tematica si innesta sul quella del controtransfert, deborda dal quadro teorico clinico e tecnico freudiano, perché sulla base della comunicazione inconscia, il controtransfert diventa fonte di dati utilizzabili per ottenere degli insight. Ciò è stato poi categorizzato da Ogden in modo del tutto esplicito come elemento chiave della sua identificazione proiettiva. Questa nozione, indubbiamente ma poco comprensibilmente fortunata, ha un ruolo chiave in questo discorso, perché ha sdoganato l'idea di un passaggio diretto di contenuti da mente a mente, diventando così la matrice generalizzata delle concezioni correnti sulla comunicazione inconscia. Ma è davvero possibile e pensabile un passaggio diretto di dati e contenuti dall'inconscio del P al T?

Qui è la vera pietra d'inciampo! Se si prende la comunicazione inconscia nel senso forte in cui la utilizzano Ogden e quanti si servono del concetto di identificazione proiettiva si chiamano in causa i tre punti qualificanti del dibattito contemporaneo sul transfert e cioè:

  1. I transfert sono da intendere come vissuti e percezioni distorte e distorsive del paziente, oppure come inferenze plausibili basate sugli indizi disseminati invariabilmente e necessariamente dall'analista?
  2. L’analista è da intendere come uno specchio neutro - schermo bianco nella terminologia americana - in cui si riflettono le proiezioni fantasmatiche del paziente o come coinvolto in un’effettiva interazione con il paziente?
  3. Infine, il controtransfert può essere considerato sorgente d’informazioni sul paziente?

Se prendiamo in mano per concretezza il caso clinico esemplare di cui si serve Ogden per illustrare l'identificazione proiettiva, si può facilmente verificare in che modo questa incrocia la questione su cui stiamo riflettendo. Se la situazione di stallo, nel caso del signor K, è, infatti, causata dalla sua fantasia inconscia di avidità, il suo vissuto deve essere considerato spontaneo e distorsivo e se il vissuto del terapista è indotto dalla proiezione, allora egli deve poter essere considerato uno specchio neutro, in cui la fantasia del signor K si può chiaramente riflettere ed essere riconoscibile come propria di K e non del terapista, il quale, proprio a partire da questa distinzione, può ritenere di ricevere informazioni sul vissuto del paziente e decidere che è in atto un’identificazione proiettiva, mossa da una fantasia inconscia del P. Non solo. Tutto questo potrà avvenire solo se si presuppone che ci sono, nella terapia, situazioni, in cui non ci sono né fantasie inconsce né proiezioni né pressioni interpersonali o, più in generale, situazioni in cui il P è libero da ogni influsso da parte del terapista e questi del tutto libero da influsso da parte del P. Tale presupposizione, che è la base stessa della congettura dell’identificazione proiettiva come fenomeno specifico, implicherebbe, da un lato, che esistano, in una terapia, degli spazi non interattivi, e, da un altro lato, che sia pensabile un vissuto come prodotto di una mente isolata e libera da ogni influsso.

Fu Gill a porre con nettezza il problema dello specchio neutro e quello, conseguente, dell’impossibilità logica di intendere il transfert come vissuto autoctono, distorto e distorsivo. Egli mostrò che le ragioni, che inducono a escludere la nozione di specchio neutro, non sono di natura tecnica né teorica, ma piuttosto logica e fattuale. Se, come egli affermava, “l’interazione è intrinseca alla procedura” (Gill, 1994), il terapista non può non interagire in virtù della sua posizione nel cerchio intersoggettivo, che lo porta inesorabilmente a interagire anche quando egli scegliesse di farlo ...non interagendo. Quest’argomentazione di fondo si pone come cruciale, nei tre punti caldi del dibattito sul transfert appena elencati ed è ormai riconosciuta incontestabile, sulla scorta di Gill, dalla più parte degli autori teoricamente più avveduti. Eagle, per esempio, in un argomentato saggio sul transfert e il controtransfert, rileva che il cambiamento nella concezione e definizione del transfert “fa seguito all'affermazione più sostanziale secondo cui nessun analista, e se per questo nessuna persona, può realmente funzionare come uno schermo bianco. In qualunque possibile interazione umana, tutti i partecipanti disseminano di continuo indizi ai quali ciascuno degli altri reagisce. Partendo da questo punto di vista, l'interazione transfert-controtransfert diventa essenzialmente equivalente all'interazione paziente-terapeuta” (Eagle M. N., 2000). Esattamente come Ogden non sa resistere alla tentazione di intendere l’identificazione proiettiva come un fenomeno, così la psicoanalisi non ha mai dubitato, - nonostante la discordanza netta di Rapaport, - del fatto che il transfert sia un fenomeno. Questa convinzione poggiava, appunto, sull’asserto auto-evidente, secondo cui, alla radice dei fenomeni transferali, fosse chiaramente identificabile l’azione causativa di un fantasma. Se, però, l’analisi della comunicazione e interazione umana impone di considerare, che non si può non interagire, così come non si può non comunicare, allora, anche nell’ambito della seduta e dell’interazione terapeutica, si avrà inesorabilmente a che fare con una costante interazione, in cui ogni azione sarà co-determinata dai due attori. L’interazione, infatti, non è un gradiente che l’analista può modulare, aumentare o diminuire secondo valutazioni concernenti la situazione o il quadro psicopatologico del paziente. Ciò che può variare, rispetto a questi o ad altri parametri, è solo la sua attività o la scelta delle procedure. L’inesorabile onnipresenza dell’interazione, è, invece, un inevitabile e insopprimibile corollario del fatto che la terapia si fa in due, in una situazione, inevitabilmente, intersoggettiva, in cui non si può non interagire. Se però l’interazione è caratteristica insopprimibile di ogni relazione umana, allora tanto il transfert quanto l’identificazione proiettiva e più in generale anche la comunicazione inconscia, non possono essere collocate nella classe dei fenomeni, ma in quella delle teorie che spiegano fenomeni. Di più. Se come, riconosce Eagle “l'analista non può evitare di disseminare l'ambiente di indizi”, che inesorabilmente influiscono sui significati costruiti dal paziente e se “l'analista non può fare a meno di reagire al paziente seguendo una modalità personale” allora, in nessun caso, “l'analista può realmente funzionare come uno schermo bianco, a prescindere dal fatto che un tale modo di funzionare sia utile e desiderabile oppure no”.

Ci si può adesso chiedere perché Ogden, ma in definitiva tutta la galassia che fa riferimento alla comunicazione inconscia in senso stretto si imbarchi, in questa scivolosa navigazione. E' la seconda "pietra d'inciampo" sulla cui natura è Ogden stesso a informarci.

Già nelle prime pagine del suo libro egli precisa che “L’identificazione proiettiva non è un concetto metapsicologico" e i fenomeni, cui essa si riferisce, esistono nel regno dei pensieri, dei sentimenti e del comportamento e non in quello delle formulazioni astratte. E’, dunque, un concetto che descrive, non congetture astratte, ma fenomeni osservabili nella quotidiana esperienza.

Poco più avanti, Ogden, malgrado tale netta affermazione iniziale, sembra attutirne la portata, lasciando involontariamente trasparire dietro la semplificante concretezza, un nodo assai più complesso. Egli, infatti, spiega che: “con identificazione proiettiva in parte si intende la descrizione di una interazione interpersonale (la pressione di una persona su un’altra per soddisfare una fantasia proiettiva); in parte si intende anche la descrizione dell’attività mentale di un individuo (le fantasie proiettive e introiettive, il processo psicologico). Più precisamente, però, si tratta delle descrizioni dell’interazione dinamica di due elementi: l’intrapsichico e l’interpersonale”.

E, dunque, il presunto fenomeno, almeno per una metà, è un concetto dichiaratamente metapsicologico (“la descrizione dell’attività mentale di un individuo”) mentre, per l’altra metà, si pone come “la descrizione di una interazione interpersonale” e anzi, più precisamente, diventa “la descrizione dell’interazione dinamica di due elementi: l’intrapsichico e l’interpersonale”. Per quanto si voglia allargare la nozione di fenomeno, è arduo pensare che la descrizione della dinamica tra l’intrapsichico e l’interpersonale, - qualunque cosa essa sia, - possa essere definita un fenomeno. Ogden si affretta anche a spiegare da dove nasca la necessità di quest’operazione d'ingegneria concettuale. Egli precisa, infatti, che “l’uso delle numerose proposizioni psicoanalitiche esistenti è limitato, in quanto queste servono esclusivamente per designare l’area intrapsichica e non riescono a costituire un ponte tra questa e le interazioni interpersonali, che invece forniscono il materiale principale della terapia”. La spiegazione ha il merito di toccare più da vicino la sostanza della questione, cominciando ad ammettere che l’identificazione proiettiva è un costrutto concettuale, che mira, non soltanto a descrivere e spiegare un presunto fenomeno, ma anche a risolvere un problema teorico e cioè il fatto che la teoria psicoanalitica intrapsichica per sua natura non dispone di strumenti per leggere le interazioni interpersonali, ha solo elementi che le consentono di leggere l'intrapsichico e, dunque, si rendono necessari dei concetti e un innesto teorico, che possano fungere da "ponte" tra questi due domini.

Ogden, un po' ingenuamente, tratta di fenomeni che avvengono nell'area intrapsichica e di fenomeni che avvengono nell'area interpersonale. Il fatto è che non esiste alcuna area intrapsichica come dominio di fenomeni né un’area interpersonale, in cui avvengono altri fenomeni. Tali aree non esistono in natura, come spazio, in cui possono registrarsi accadimenti o cose. Possono esistere nell’occhio e nella mente dell’osservatore, che le crea, ritagliandole dalla totalità del comportamento come campo congetturale di fattori. L’area intrapsichica esiste, quindi, solo in quanto determinata e ritagliata da un punto di vista intrapsichico, che, per la verità, nell’intenzione di Freud, non disegna la porzione intrapsichica della torta del comportamento, ma riduce il caotico mondo dei vissuti soggettivi e intersoggettivi al quadro dei fattori considerati effettivamente causativi, approntando una rete di concetti (intrapsichici), che devono rendere conto di tutta la torta e, dunque, anche dei fenomeni, che Ogden vede avvenire nel dominio interpersonale. Egli, forse involontariamente, porta un ulteriore argomento, proveniente non da astratte analisi teorico-critiche, ma dalla concreta pratica clinica, per dimostrare l’insufficienza di quel punto di vista e della torta da esso disegnata, ma la sua toppa ottiene il non brillante risultato di contribuire a tenere in vita apparente un paziente clinicamente morto, che, con accorgimenti vari, può, da lontano, sembrare ancora vivo, come accadeva all’ingombrante cadavere di Weekend con il morto. E’ stata un’interminabile sequela di accorgimenti e di toppe di tal genere a impedire alla metapsicologia freudiana un’onorevole morte e alla psicoanalisi di possedere oggi una teoria coerente.

La toppa dell’identificazione proiettiva è approntata con l’utilizzazione di una singolare epistemologia, che caratterizza frequentemente la spiegazione psicoanalitica. Tale epistemologia consiste nell’assunto secondo cui lo psicologico (l’intrapsichico, l’intersoggettivo, l’interpersonale, lo psicosociale …) è da considerare come un effettivo campo di realtà, costituito, in quanto tale, non dalla delimitazione operata dall’osservatore, ma dalla natura oggettiva dell’osservato. In questo campo di realtà oggettivato, i concetti non rendono conto di fattori, ma descrivono cose (identificazioni, proiezioni, transfert…), considerate esistenti allo stesso modo in cui esistono gatti, neuroni e succhi gastrici. Così accade che le cose, costruite dai concetti, acquistino un’evidente ancorché virtuale consistenza fenomenica, che spiega e giustifica, con i milioni di dati della clinica, i concetti, da cui sono state costruite. In tal modo, identificazioni, proiezioni, identificazioni diventano cose che non solo esistono davvero nella testa delle persone, ma si possono anche sputare fuori o portare dentro. Questa bizzarra epistemologia trascura di considerare che i concetti, nell’ambito della spiegazione psicologica del comportamento soggettuale e intersoggettuale, non possono riferirsi che a fattori e processi, che sono congetturati e inferiti per spiegare l’unico incontestabile fenomeno costituito proprio da quelle “interazioni interpersonali”, che non forniscono semplicemente “il materiale principale della terapia”, ma sono il fenomeno della terapia, cioè quanto le teorie dovrebbero e devono spiegare.

Ci sarebbe una maniera semplice e logica di risolvere il problema di comunicazione con il contendente che abbiamo evocato. Si potrebbe infatti anzitutto precisare e mettersi d'accordo sul primissimo livello, sulla "cosa", lasciando da parte provvisoriamente ogni spiegazione della cosa e ogni congettura sulle sue prestazioni basate sulle spiegazioni della cosa. Si tratterebbe di precisare che possa essere indicato con il cartellino "comunicazione inconscia" e soprattutto che cosa si cerca di indicare che può essere "comunicato inconsciamente":

  • Contenuti?
  • fatti?
  • traumi inconfessati?
  • vissuti?
  • emozioni?
  • intenzioni?

Fatto questo si dovrebbe decidere se la comunicazione inconscia è un fenomeno specifico, che interviene soltanto nelle stanze di analisi, o se è una caratteristica universale dell'interazione umana. Abbiamo scelto per il nostro virtuale dibattito un interlocutore intelligente, il quale ammetterà, quindi, che, certo, nella stanza d'analisi la comunicazione inconscia si presenta in modo specifico e peculiare, ma si tratta sicuramente di una proprietà generale dell'interazione umana. Il passo successivo quindi sarebbe di affrontare il problema teorico nell'ambito dell'interazione umana e successivamente quello specifico della comunicazione inconscia nell'interazione terapeutica.

Seguendo questa procedura logica si identificherebbe e delimiterebbe il problema teorico della comunicazione inconscia e su questa base si potrebbe impostare il problema specifico dell'interazione terapeutica. Qualora invece l'interlocutore dovesse ritenere che la comunicazione inconscia è caratteristica specifica della situazione analitica, la dimostrazione sarebbe a suo carico e dovrebbe però fare riferimento a una teoria generale e dovrebbe spiegare e giustificare il "come" e il "cosa" in termini processuali, ma, ripeto facendo riferimento a una teoria generale.

In realtà la comunicazione inconscia diventa un problema o un ginepraio incomprensibile solo se si continua a pensare nei termini di un "inconscio sostantivo" che esiste oggettivamente dentro la testa come entità non pensata che ti pensa e costruisce le tue intenzioni. Se si diluisce l'inconscio nell'effettiva dinamica dell'interazione e della meta-interazione, nella storia e nelle narrazioni dei soggetti in interazione, nel contesto di un mondo temporalmente, geograficamente e culturalmente determinato, il problema della comunicazione inconscia diventa quello - assai più complesso, ma assai più lucidamente delimitato - di descrivere gli effettivi processi in cui i soggetti costruiscono \ manifestano \ si scambiano significati e inducono modificazioni e si modificano in questo processo . Questo modo più preciso di delimitare la comunicazione inconscia si applica a qualunque interazione tra soggetti, ma avrà caratteristiche particolari in quella particolare forma dell'interazione, che a noi interessa in particolare e cioè l' interazione terapeutica. Nel lavoro di questi anni, ma sulla base di quello svolto nei 20 anni precedenti e che è confluito e riassunto in "La mente del corpo", sviluppando il concetto di vincolo e ridefinendo la problematica del significato, abbiamo seppure genericamente provato a sostituire una concezione "essenzialista" di inconscio, con una concezione processuale, che può esprimere in termini di vincoli, catene di vincoli e costruzione di significati, intenzioni e azioni, e concretamente in termini processuali, ciò che la psicoanalisi ha sempre espresso in termini di conflitto, difesa, transfert, controtransfert.

In questo senso spero di poter riuscire a disegnare un processo terapeutico a partire dall'idea che, nel momento in cui un P e un T si accordano per iniziare, inizia un processo in cui, i due soggetti, che hanno motivi, scopi, progetti e modalità dichiarate, li perseguono ciascuno dei due sotto la guida del suo navigatore mentale, che in base ai vincoli registrati nel suo data-base, attribuisce a ogni parola, stimolo, evento o indizio, per dirla con Eagle, un significato e una intenzione, che imporrà in modo più o meno imperativo (a seconda del livello) nella serie indefinita delle rotonde di prendere la prima, la seconda o la terza uscita. E' una maniera del tutto differente, rispetto a quanto sottolinea il dibattito corrente, di intendere una comunicazione inconscia nel tessuto incerto e variato del processo di una terapia.

* Testo presentato al Laboratorio 2.0 di Verona il 18 - 04 - 2021.

Il concetto di vincolo, per sé, non può e non deve essere inteso primariamente come descrittivo. Non si riferisce, infatti, esclusivamente e necessariamente a nessi apprezzabili fenomenologicamente e facilmente individuabili nel racconto dell’esperienza del soggetto, anche se, già nell’auto-presentazione iniziale di un paziente è quasi sempre possibile identificare e isolare uno o più vincoli, che si impongono all’osservazione per la loro valenza fenomenica. In genere il vincolo più immediatamente evidente è un sintomo ben definito, che si presenta in una o in più classi di situazioni in modo ripetitivo e per lo più automatico. In un caso, studiato sistematicamente per oltre tre anni, si trattava di uno scoppio di rabbia incontenibile che si presentava in quattro classi di situazioni che fu possibile identificare, analizzare e descrivere. Nella maggior parte dei casi è possibile individuare analoghi vincoli in molti comportamenti sintomatici, in comportamenti idiosincratici ripetitivi (di cui il paziente può o no avere consapevolezza), in comportamenti giustificati da asserti (talvolta del tutto consapevoli, talvolta meno) della teoria della mente personale del soggetto o da asserti relativi alla sua teoria dell’altrui mente, come nel caso di quadri sintomatici caratterizzati da comportamenti esplicitamente evitanti o da inibizioni diffuse. Questi vincoli più superficiali, che manifestano una più evidente valenza descrittiva, sono da considerare in realtà il capo emergente di una catena di vincoli sottostanti e, in quanto tali, sono anche una porta attraverso cui l’analisi può penetrare per individuare tale rete.

E' necessario anche precisare che, malgrado questa seduttiva osservabilità fenomenica, non ci sono  vincoli come “cose” nella "testa" dell'analizzando allo stesso modo in cui non ci sono rimozioni, proiezioni o transfert. “Vincolo” (come rimozione o transfert anche se spesso e volentieri viene dimenticato!) è un concetto e "sta" quindi nella teoria dell’osservatore non nella "testa" dell’osservato. Come ogni concetto può avere dei referenti fenomenici, ma il suo compito non è quello di descrivere un fenomeno, ma di rendere conto e spiegare effetti e risultanze di processi non direttamente osservabili, che avvengono, per così dire, nella pancia del soggetto.

Stabilito che vincolo non si riferisce per sé a un fenomeno, ma è un concetto appartenente all’armamentario dell’osservatore e che un vincolo superficiale è da considerare come la punta emergente di una rete gerarchica di vincoli è necessario passare a considerare in che modo questa organizzazione vincolata si traduca nel vissuto e nel comportamento. Si può pensare che la rete organizzata dei vincoli funzioni, infatti, come un navigatore satellitare, che, sulla base delle informazioni contenute nel suo data-base, ti dice in ogni occorrenza se devi andare dritto, a destra o a sinistra o quale delle uscite devi imboccare a una rotonda. Il data-base del navigatore satellitare è del tutto esplicito, scritto in linguaggio digitale nella pancia dell’aggeggio e può essere modificato man mano che cambia il territorio, per esempio, quando venga introdotto un senso vietato o aperta una nuova strada. La rete dei vincoli dell'analizzando, invece, non ha un data-base conosciuto né, nei suoi strati profondi, conoscibile e non può essere modificato con la semplice modifica delle informazioni nel data-base (p.e. tramite una interpretazione). Il suo data-base è la risultanza del flusso degli eventi e dei vissuti che, man mano che accadevano nel tempo, fissavano i nessi tra percezione, valutazione emozionale, azione e\o inibizione, attesa, avvicinamento, fuga. La parte più superficiale del database è quella relativa ai vincoli più direttamente osservabili e suscettibili di descrizione che sono però da considerare, come si è detto, il capo emergente della rete, determinati dagli strati più bassi di vincoli assai più difficili da individuare e descrivere. In generale, comunque, il singolo vincolo e la rete dei vincoli funzionano in modo automatico e per lo più inconsapevole per l’io osservante così che nella situazione il soggetto potrebbe trovarsi a scegliere di “andare a destra” senza nemmeno rendersi conto che il suo "navigatore mentale" gli ha imposto di andare a destra (l’alternativa, infatti, può semplicemente non solo non essere percepita, ma proprio “non esistere”!); oppure può rendersi conto solo a posteriori - ed è in genere ciò che accade in una terapia - che nella situazione x è “andato a destra” e magari che in tutte le situazioni x non può non “andare a destra” e, in questo caso, probabilmente si darà una spiegazione giustificativa qualunque.

Nel caso cui si è fatto cenno il comportamento vincolato era facilmente osservabile e il soggetto lo considerava semplicemente come un aspetto negativo e spiacevole del suo carattere, a fronte di problemi assai più generali che riguardavano l'area dell'autostima,  quella relazionale e affettiva e un sospettable sottobosco depressivo. Il risultato complessivo di questa rete vincolata era una “vita al minimo”, un’insoddisfazione persistente e un’auto-realizzazione obbiettiva e soggettiva del tutto inadeguata rispetto alle possibilità.

Questi sintomi più generali non erano certamente riferibili a un singolo vincolo, ma sembravano piuttosto come il risultato del sistema complessivo delle sue reti di vincoli che configuravano una sorta di caratteristica globale (in senso  comportamentale e caratteriale), derivante non  da singole svolte imposte dal suo "navigatore", ma che era piuttosto da considerare come il risultato complessivo  di tante svolte,  a tanti livelli e a tanti differenti incroci. Il tipo di teorie cui siamo abituati ci porta a pensare a questi problemi complessi come al risultato di una “intenzionalità inconscia” spiegata o nei termini della teoria classica o nei termini della relazione oggettuale o nei termini di qualsivoglia teoria o genericamente nei termini di un pervasivo “inconscio” che dirige le scelte in modo non consapevolmente scelto ma intenzionalmente voluto. Queste teorie come si è spesso detto pencolano tra riduzionismo e mentalismo. La congettura che sottende queste riflessioni sul vincolo è che ciò che la psicoanalisi ha sempre inteso come l’ “inconscio” possa essere tradotto nell’azione della rete gerarchica dei vincoli. Tale rete gerarchica guida silenziosamente il comportamento non attraverso insondabili intenzionalità mentalistiche, ma con il semplice esercizio di regole vincolanti, che costruiscono significati, intenzioni e moventi, secondo una grammatica e una sintassi basate sulla regolazione emozionale (Scano, 2015, pp. 262-269) e con l’esercizio di regole (relativamente o radicalmente) vincolanti, che costruiscono significati e contesti piuttosto che con l’intervento causativo di un contenuto mentale o la proiezione di un’immagine riesumata da un lontano, non verificabile passato. In questa ottica un quesito intrigante è se l’analisi dei vincoli superficiali (alla ricerca delle reti sottostanti) non possa anche fungere da fossile-guida per illuminare i processi che poi determinano i veri “sintomi” più profondi e sotterranei dell'analizzando.

Il vincolo come attrattore

Un vincolo in definitiva è un apprendimento fortemente marcato da un vissuto emotivo, che limita il ventaglio delle azioni possibili o può prescrivere un’azione in modo direttivo o persino coatto. E’ cioè un apprendimento nell’ambito del rapporto del soggetto con il suo ambiente sulla base delle risposte che la sintassi emozionale dell’ambiente (nell’infanzia essenzialmente materno e genitoriale) ha sulla tastiera emozionale basica (emozioni primarie) e successivamente sulle emozioni derivate del soggetto. Tale apprendimento disegna lo spazio intersoggettivo del soggetto e il ventaglio delle sue possibili azioni nei confronti dell’ambiente. Non si tratta naturalmente di un singolo apprendimento ma di grappoli di elementi iconici/rappresentazionali/ideativi fortemente marcati, che necessariamente si strutturano in modo gerarchico nel senso che i vincoli più bassi, restringendo il ventaglio delle scelte o prescrivendo una scelta, determinano, con la limitazione delle azioni possibili, quelli più alti. Ciò significa che ogni vincolo superficiale potrebbe o dovrebbe essere compreso e spiegato come determinato dalla rete dei vincoli più bassi, nel senso che diventa, in un certo senso, una “conseguenza di”. E’ verosimile che i vincoli veramente bassi siano del tutto inaccessibili sia al soggetto che al terapista. Quelli accessibili sono quelli che in qualche maniera sono entrati nelle narrazioni del soggetto nell’allora e nell’adesso.

Se ipotizziamo una tale rete o concatenazione di vincoli al modo che un vincolo superficiale può essere considerato come il capo emergente di una catena dei vincoli, bisognerebbe anzitutto avere qualche idea sul modo in cui tale rete abbia potuto formarsi e qualche ragionevole congettura sul suo funzionamento. In secondo luogo sarà poi necessario analizzare il rapporto tra questi meccanismi che dovrebbero spiegare l’intenzionalità inconsapevole del soggetto e il normale comportamento realistico guidato dalle conoscenze e dalle intenzioni dette e consapevoli.

La caratteristica più generale del vincolo è il suo funzionare come attrattore e tale caratteristica offre una possibilità di risposta al primo di questi due quesiti. Detto nella maniera più semplice possibile, un vincolo in definitiva è appunto uno schema stabile tra una percezione (e/o un contenuto ideativo-rappresentazionale), un’emozione e un’azione. In quanto nesso stabile è fisso, ma questa fissità è da leggere nei termini di una continua attività attrattiva, che tende a modellare secondo lo schema fisso gli elementi del flusso del vissuto che in qualche modo si lasciano ricondurre allo schema o comprendere nello schema. Se un bambino si avvicina sorridente e felice a una cane nero di media taglia e questo, magari perché ha visto o sentito avvicinarsi un altro cane, spuntato dietro al bambino, improvvisamente abbaia minacciosamente, può suscitare nel bambino una forte reazione di paura, che, supponiamo, marca l’immagine “cane nero”. Il nesso cane nero/paura può successivamente allargarsi ai cani non neri e comunque grossi e successivamente a tutti i cani anche al barboncino della signora accanto e magari ai gatti che comunque hanno quattro zampe, una bocca e dei denti. In questo senso il nesso è stabile ma come galleggiasse o scorresse su una superficie liquida o in un territorio fluido. Quando ho cominciato a riflettere sulla nozione di vincolo pensavo che l’attrazione si esercitasse essenzialmente sul versante percettivo/rappresentazionale con un processo di semplice trasferimento da un percetto A a un percetto B per via logica (p.e. una somiglianza in un qualche elemento rilevante), analogica (p.e. una equivalenza nel funzionamento come una fotocellula e un interruttore che sono "simili" perché ambedue accendono una lampada) o metaforica ( un metaforizzante per un metaforizzato penoso A, può a sua volta essere metaforizzato per un altro metaforizzante B, che può diventare in tal modo metaforizzante di A). Continuo a pensare che questa sia la via più semplice e più battuta nei trasferimenti di significato. Un bambino che avesse un padre collerico e fortemente punitivo potrebbe stabilire un nesso tra un vissuto emozionale di paura/terrore paralizzante e l’immagine del padre. Tale immagine potrebbe avere aspetti percettivi come l’essere alto e grosso, l’avere folte sopracciglia, una voce baritonale, delle mani grosse… La marcatura “paura/terrore paralizzante” (e, dunque, l’aspettativa di) potrebbe essere trasferita per via logica su un individuo non-padre che fosse alto e grosso o avesse folte sopracciglia, o mani grosse ecc. Potrebbe però essere trasferita per via analogica su un maestro o una qualunque “autorità”, che in qualche modo sta in alto mentre il ragazzino sta in basso e per via metaforica su qualunque elemento in grado di metaforizzare, perché per esempio vissuto come “alto” o come “grosso” (come un grosso animale o magari un … tir!), l’induzione della “paura/terrore paralizzante”!

Il nesso marcato del vincolo potrebbe però trasferirsi anche in altri due modi. Anzitutto il vincolo tra emozione/anticipazione/azione potrebbe essere trasferito come un “tutto”, come una sorta di modulo pre-confezionato come un martello o un cacciavite adatto all’uso. Il soggetto, p.e., potrebbe aver sperimentato un vantaggio della connessione disturbo emozionale/rabbia/esplosione rabbiosa e utilizzarla in situazioni differenti che non sono necessariamente connesse dal punto di vista del contenuto ideativo, ad esempio, in una discussione durante una lezione di filosofia o nel corso di una cena con amici o in una interazione con la cugina del fidanzato o della fidanzata. In questo senso il vincolo funzionerebbe appunto come un format esportabile in una variabilità di contesti. La marcatura in questo caso sarebbe esercitata dalla valutazione emozionale dell’azione in uscita (e non dello stimolo in entrata), per esempio, dallo sperimentare lo scoppio di rabbia come un elemento risolutore del vissuto crescente di pressione emozionale o come una sorta di evacuazione che ristabilisce una “normalità” emozionale. In questo caso il vincolo sarebbe più specificamente effetto della marcatura del risultato.

Il secondo ulteriore modo di esercitare la funzione di attrattore il vincolo potrebbe ricavarla anche dal vissuto emozionale marcato. In un caso da me seguito in supervisione, il soggetto descriveva l’elemento emozionale-corporeo del vincolo come angoscia, chiusura, disperazione. Non si tratta di un’emozione discreta ma di una configurazione emozionale globale, come dire, ameboide, che potrebbe “comprendere” vissuti emozionali anche abbastanza differenziati r diversamente motivati. Prer esempio un’ansia particolarmente accentuata rispetto a un evento temuto x potrebbe indurre un vissuto per qualche aspetto somigliante alla “chiusura” o all’angoscia e l’impotenza determinata dal fatto di non saper come superare il problema potrebbe indurre un vissuto simile alla disperazione e attivare il vincolo e l’azione. Penso che anche in questo modo potrebbe allargarsi l’area di attivazione del vincolo.

Un secondo elemento su cui poggia la funzione attrattiva del vincolo è invece una caratteristica più generale della mente. Noi cerchiamo di conoscere e padroneggiare lo sconosciuto a partire da ciò che è conosciuto: rispetto a un oggetto, un’immagine un problema nuovo tendiamo a ricondurlo a ciò di cui abbiamo già conoscenza ed esperienza. E’ una caratteristica generale della mente e, per la verità, lo è anche della scienza.

Non è per il momento possibile stabilire se la fluidità derivante dalla funzione attrattiva così descritta sia sufficiente a spiegare la costruzione delle reti grazie semplicemente alle tre differenti modalità di attrazione corrispondenti ai tre tipi di meccanismo di traferimento indicati. Si può infatti anche pensare che le tre tipologie di trasferimento caratterizzino, invece, vincoli di classe differente oppure che si debbano invece ipotizzare vari tipi di vincoli in base a criteri differenti, ma che possano utilizzare ciascuna i tre diversi meccanismi di trasferimento.

Il secondo problema, quello del rapporto tra vincoli e comportamento finalizzato realistico e alto, è più complesso. Queste congetture sul vincolo hanno uno scopo preciso: intendono spiegare quei comportamenti che tradizionalmente la psicoanalisi include nella classe “intenzionalità inconscia”. Accanto a quella inconscia esiste, però, e in modo almeno apparentemente ben più evidente, una intenzionalità consapevole e realistica. Un soggetto può, al di là dei suoi comportamenti vincolati, fare tranquillamente la spesa, uscire per andare a scuola se è un insegnante, preparare le lezioni, pianificare un viaggio o un giorno di vacanza, seguire in modo razionale il percorso per raggiungere la casa di un amico o la salumeria in cui compra il prosciutto. Queste scelte sembrerebbero governate, quindi, da regole razionali differenti rispetto a quelle che governano il comportamento vincolato. Anche in questo ambito esistono schemi ripetitivi cui però in genere ci riferiamo con il termine abitudini. Anche le abitudini possono essere più o meno adeguate, ma in genere, per le loro eventuali disfunzioni, sembra esagerato l’uso dell’aggettivo “irrealistico”. Forse siamo portati, però, ad allargare troppo il fossato che divide i due ambiti dell’intenzionalità e probabilmente è più corretto pensare a un continuum in cui la differenza netta è tra i due punti terminali del continuum mentre i punti intermedi sono più ragionevolmente da intendere come caratterizzati da una mistura di adeguatezza/inadeguatezza e di realismo/irrealismo a seconda della distanza dai due capi del continuum.

I due ambiti di comportamento non sembrano, infatti, così irrimediabilmente contrapposti come sembrerebbe pretendere la contrapposizione tra processo primario e secondario, ma del resto anche in quel caso si trattava per lo più di misture o di compromessi tra i due tipi di processi. In realtà, tutte le nostre intenzioni e azioni sono guidate da dei “come si fa”. I “come si fa” delle nostre azioni più realistiche e ragionevoli sono guidate da conoscenze, convinzioni e teorie esplicite o esplicitabili che poggiano su esperienze, conoscenze e, talvolta, persino su teorie o conoscenze scientifiche. Quelli invece che regolano la parte più ampia del nostro comportamento soggettuale e intersoggettuale poggiano invece su dei “come si fa” costruti sulla base della valutazione dei nostri successi e insuccessi e delle esperienze di benessere, paura, dolore e angoscia, spesso implicite o persino non esplicitabili. La modulazione dell’azione nei due territori e dunque anche dell’intenzionalità realistica sembra, comunque, dipendere dallo stesso sistema di controllo e dunque dal sistema delle emozioni. Del resto fu l’assenza di progettualità e il deficit nel comportamento adeguato in ambito personale e sociale, dopo la guarigione di Cage, a indurre Damasio a riprendere in mano lo studio del suo caso e a indirizzare il programma di ricerca. Egli ha così successivamente dimostrato che lesioni alla regione orbitaria prefrontale determinano un deficit di discernimento e la tendenza a prendere decisioni socialmente inappropriate. Ci sono buone ragioni per pensare che anche il comportamento realistico e progettuale sia governato dallo stesso sistema di regole che governa i vincoli responsabili dell’intenzionalità inconsapevole. Stabilire il modo in cui si interconnettono i due ambiti è al momento complicato ma essenziale. Poiché la provvisoria analisi del vincolo sin qui condotta sembra sottolineare la sua azione nell’ambito relazionale del soggetto è possibile ipotizzare:

1. che l’azione progettuale realistica e adeguata sia tanto più libera dai vincoli “relazionali” quanto più è svincolata dai legami e rapporti con le persone e più direttamente mirata a target strumentali e obiettivi e tanto più apparentata ai meccanismi dell’intenzionalità inconsapevole quanto più questi sono connessi all’ambito relazionale;

2. che la possibile cannibalizzazione del comportamento e della progettualità realistica da parte di quella irrealistica sia prevalentemente e più direttamente dovuta alle emozioni derivate (pudore, vergogna, senso di colpa ecc.) piuttosto che a quelle primarie;

3. Che a livello consapevole la forza motivazionale si esprima, limitando il ventaglio della scelta, tramite asserti e convinzioni relativi a quella che, in termini presi in prestito dal cognitivismo, possiamo indicare come teoria della propria e dell’altrui mente;

4. Che per questa via i successi, i fallimenti, gli insucessi e le limitazioni inibenti l’azione siano un canale importante per la regolazione positiva o negativa dell’autostima.

5. Che a questo livello sia possibile situare il meccanismo che trasferisce a livello più generale e dunque all’ambito delle grandi scelte e dei grandi obiettivi le conseguenze dei campi di vincoli più bassi o più settoriali.

In un recente articolo Roberto Contardi (La mortificazione della Metapsicologia e il disorientamento della psicoanalisi. Alle origini dell’esorcismo della strega, (2020), Rivista di psicoanalisi, LXVI, pp.11-33) affronta il problema del declino della metapsicologia, cui, in un passaggio assai noto, Freud si riferì come alla “strega”. L’A ricostruisce in modo accurato e puntuale la quasi darwiniana catena delle ascendenze genetiche degli esorcisti che, nel decennio a cavallo del 1970, giunsero a condannarla. Dalla sua ricostruzione il lettore può ricavare che a colpire alle spalle la vittima innocente fu il malefico virus germinato nella “infelice evoluzione personale e scientifica” di Ferenczi, trasmesso agli eredi e incattivitosi nell’incontro, anche utilitaristico, con il mondo accademico americano e la sua visione pragmatista e positivista della scienza. Un lettore avvezzo all’indagine storico-critica credo debba avere, su questa interpretazione, qualche dubbio e più di un’incertezza.
Non ho ascendenze magiare né particolare simpatia per Ferenczi. Credo, però, di avere una discreta familiarità con la metapsicologia, per averla studiata e insegnata per una quarantina d’anni e per averle dedicato più di una pubblicazione, dalla prima nel lontano 1982 all’ultima nell’assai più prossimo 2015. La lunga frequentazione mi offre buone ragioni per  pensare che il destino della strega è stato determinato da una trama assai più intricata e complessa di fattori, anche se la ricostruzione della “congiura magiara” potrebbe aggiungere un elemento succoso alla comprensione del suo spiacevole destino. Alla comprensione del “come”. Sicuramente  non del “perché”!
Intanto la “mortificazione” della strega si è sempre nutrita, ancora calde le ceneri di Freud, della diffusa noncuranza per la teoria formale, che il popolo degli analisti ha, da sempre, più  riverito e venerato che approfondito e conosciuto. Dagli anni  ottanta in poi la già inerziale “mortificazione” è andata scivolando in una più marcata, silenziosa, obliterazione, che si è fatta, oggi, inconfessata rimozione  tanto che temo sia difficile trovare tra gli analisti più di qualche nostalgico appassionato che sappia davvero di che si parla quando si parla di metapsicologia.
Nel determinare questo progressivo venir meno hanno certo avuto un ruolo anche le campane a morto dei rapaportiani (gli “esorcisti”!), ma nel quadro di un ventaglio di fattori sostanziali e all’interno di un processo complesso partito ben più da lontano. Del resto l’impresa stessa di Rapaport e il suo esito imprevisto ebbero sempre eco assai fievole almeno nelle nostre contrade. In Italia non furono né le riviste specializzate né uno psicoanalista o un cattedratico a riferire della crisi della metapsicologia. A parlarne per primo in modo ampio e documentato, fu nel 1981 Giovanni Magnani, un gesuita dell’Unversità Gregoriana, cui, anni dopo, fece seguito, coraggiosamente,  Giordano Fossi.  In ogni caso mi riesce difficile pensare che la congiura magiara possa spiegare la riduzione della strega a metafora, proclamata in un autorevolissimo congresso dell’IPA per bocca del suo autorevolissimo presidente o la vera e propria obliterazione dell’idea stessa di teoria generale, che, personalmente, ritengo assai più grave della dipartita della metapsicologia, con cui, a torto, viene evidentemente equiparata e confusa.

L’ argomentazione di R. Contardi poggia sull’assunto che  la strega  sia stata un’innocente, incolpevole vittima e che responsabile della sua mortificazione  sia stato l’improvvido incontro con la metodologia e la visione del mondo positivista americano, incautamente perseguita e voluta dai Menninger, dagli Hartmann e dai Rapaport. Non ho particolare simpatia nemmeno per quel mondo a stelle e a strisce, ma temo che l’assunto non sia così autoevidente, che la strega non sia stata né vittima né innocente e che il suo destino fosse invece già profondamente inscritto nel suo corredo genetico.
La psicoanalisi non ha avuto bisogno alcuno di navigare sino agli Stati Uniti per incontrare il positivismo e farsene avvelenare: nel positivismo, per di più nella sua più dura versione fisicalista, ci è nata! Il positivismo fisicalista era semplicemente il mondo scientifico del dottor Sigmund Freud, che nel laboratotio di Brücke, uno dei tre cavalieri della “Scuola fisica di Berlino”, era cresciuto e si era formato come ricercatore. Non è un reato. Non ci è dato scegliere né l’utero né la culla e quello era di necessità l’utero e la culla  della creatura di Freud, che, infatti, nell’incipit del Progetto scriveva: “L’intenzione di questo Progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili al fine di renderli chiari e incontestabili”. Contardi potrebbe obiettare che ciò avveniva “prima” dell’abbandono dei “neurotica”  e dell’effettiva nascita della strega, che, in quel “prima”, era solo in  “gestazione”. Di solito, però, il neonato che viene al mondo  è lo stesso “feto” che prima era in gestazione! Credo sia sufficiente anche una non troppo approfondita analisi storico-critica e teorico-critica delle tre tranches dedicate allo “strumento composito” nel VII capitolo della Traumdeutung per scoprire che l’apparato psichico del 1899 è il medesimo che era  stato abbozzato nel 1895, con qualche superficiale aggiustatura nella nuova trasposizione psicologica.  Il cervello “reale” che traspare, per quanto indeciso e nebuloso, nella filigrana dell’apparato psichico è il medesimo. Del resto, senza l’originario imprinting meccanicistico non sarebbe nemmeno pensabile un “apparato” come aggeggio ingegnieristico che produce il comportamento. Potrei aggiungere che persino il concetto di inconscio, deve la sua stessa possibilità di esistenza a quell’impianto, trova, infatti, la sua giustificazione teorica nell’assunto della continuità psichica. Questa non è né un fenomeno né un dato osservazionale, ma soltanto un postulato necessario a una teoria che si vuole deterministica, in cui i significati possano  essere considerati prevedibili in funzione di sequenze determinate di cause e di effetti, ciò che, in assenza di una determinazione cosciente, porta a supporre processi psichici inconsci per non interrompere la catena causativa. Del resto è sufficiente rileggere la paginetta iniziale di Pulsioni e loro destini (1915) per avere di prima mano conferma  del “positivismo” freudiano. Non è difficile intravedere in quelle righe l’inconfondibile profilo di Mach. Freud, del resto, poteva costruire la sua teoria dell’apparato soltanto servendosi della strumentazione concettuale, delle premesse epistemologiche e delle conoscenze disponibili nel suo mondo scientifico-culturale. Anche questo non è un reato, ma un’ovvia necessità sempre carica di limiti  e conseguenze, che un’accurata analisi  storico-critica potrebbe (e dovrebbe!) individuare nel profilo originario della strega e nel suo non lineare e contrastato sviluppo. Purtroppo, però, il mondo psicoanalitico ha sempre privilegiato la “storia”, specie se dotta e riverente, piuttosto che la fredda, ma più logica e più neutrale, indagine storico-critica.
Contardi potrebbe ancora obiettare che, anche dato e non concesso che una tale  struttura epistemologico-concettuale sia così profondamente connaturata alla metapsicologia, non si possa però negare che la prepotente  novità della teoria freudiana sia qualcosa d’altro e di diverso rispetto all’originaria impalcatura meccanicista. Vero! La potenza innovatrice della teoria freudiana non nasce  dal profondo sostrato positivista, cui deve soltanto la compiutezza e coerenza della sua struttura formale, che rappresenta, comunque, la prima organica organizzazione del campo concettuale e osservazionale per la costruzione di una psicologia clinica scientifica. La novità scaturisce, infatti, dall’oggetto inusitato che, con tale inadeguato e limitato armamentario epistemico e concettuale, Freud decise di esplorare, poggiando, da un lato, sulla fedeltà al modello, che lo costringe a costruire una teoria nei limiti della logica scientifica, ma restando dall’altro lato, fedele alla natura del suo materiale, che lo conduceva, per vie nuove, ben lontano dai sentieri ristretti del  positivismo. Per questo, del resto, il suo discorso, ha ancora una rilevanza per noi, che, pure, necessariamente dobbiamo muoverci secondo ottiche epistemologiche assai differenti e possiamo avvalerci di conoscenze che gli erano precluse.
La novità e la potenza euristica della strega non possono però nasconderne o minimizzarne i problemi, le incongruenze e le aporie, che ci sono e andrebbero riconosciute.
La metapsicologia nacque e assunse la sua forma pressocché definitiva nell’ultimo scorcio del XIX secolo nel bel mezzo del sopravvenire della crisi della meccanica classica, che cominciava a produrre, per dirla con Heisenberg, radicali “mutamenti nelle basi della scienza”. Di quella crisi, che metteva in discussione lo schema conoscitivo Soggetto-Oggetto e apriva la questione nuova del soggetto della scienza, la psicoanalisi non fu passiva spettatrice. Fu protagonista! Protagonista, ma anche, involontariamente, vittima.  Freud, nella sua scrivania di architetto costruttore della teoria  come nella sua poltrona di clinico, non poteva che collocarsi nell’ovvio e consolidato punto di vista del soggetto conoscente che osserva e conosce l’oggetto conosciuto. Ciò che tuttavia, suo malgrado, in tal modo osservava, dall’alto e dal punto di vista di Dio, seppur munito della necessaria indifferenz, - che prima che alla neutralità analitica disattesa da Ferenczi, rimanda a quella del ricercatore che guarda dall’oculare del microscopio - non erano  pezzi inesplorati della res extensa,  bensì, le viscere mai viste della res cogitans, la polta soggettiva dell’occhio, supposto oggettivo, dell’Io conoscente. Qui è il punto di nascenza della novità freudiana, ma anche del destino già scritto della metapsicologia. L’oggetto osservato (l’esperienza, il vissuto e le narrazioni di un soggetto) non era più un consueto docile e passivo “oggetto naturalistico”, ma un “(s)-oggetto-osservato-che-osserva”, con cui, a dispetto dell’indifferenz (e della “neutralità” analitica), - che volontaristicamente si provano a salvaguardare la linearità e pulizia dello schema Soggetto-Oggetto,  - non si può non interagire come non si può non comunicare. Lo decide la logica a prescindere da ogni teoria.  L’incompatibilità radicale tra l’occhio positivista e l’ “oggetto soggettuale” determina una non voluta, inevitabile, ma sostanziale, frattura epistemologica che segna sin dalle origini e dalle fondamenta la struttura della strega, interferendo profondamente, per quattro decenni, con il suo sviluppo,  dettando  le ricorsive crisi e lasciando   uno stigma indelebile, nella carne viva della costruzione teorica. E’ tale frattura, profondamente inscritta nel suo Dna, ma mai sufficientemente riconosciuta, la vera causa del destino della strega, delle sue debolezze  e del suo doloroso ma necessario venir meno.  
Nata  come disciplina naturalista e fisicalista, ma occupando di fatto lo spazio logico di una teoria del soggetto, senza poter dichiarare di esserlo e senza possedere una (a quei tempi inesistente) adeguata attrezzatura concettuale, la psicoanalisi si è presto trovata, infatti, nella sua costruzione e sviluppo, a sgomitare contro le strettoie del carapace fisicalista, che però ne costituivano il basamento e le colonne portanti (arco riflesso, stimolo esterno al corpo e all’apparato, energia psichica, realtà psichica vs. realtà reale, principio di costanza, punto di vista economico-dinamico sulla base dell’helmholtziano principio di conservazione, che definisce l’energia (in questo caso l’enigmatica “energia psichica”) come l’invariante in un processo di trasformazione, almeno teoricamente misurabile).
Questo costante sgomitare è leggibile nelle svolte e nei punti di crisi del suo sviluppo storico, in particolare in quelli relativi all’ala difensiva del conflitto, ma sopratutto nelle vicissitidini del concetto di “Io”, dapprima giustamente espunto, in accordo con l’ottica processuale, poi surretiziamente reintrodotto in termini pulsionali (pulsioni dell’io), quando già si profilava l’emergere del drammatico problema che le psicosi ponevano alla strega. Innanzi alla possibilità di dover sottoscrivere (con Jung) il crollo della teoria della libido o la sua dequalidicazione a teoria ad hoc per le nevrosi di transfert, Freud, che era bravissimo a trovare sempre un coniglio nel fondo del capello - (ne aveva già scovati almeno altri due: il concetto di fantasia inconscia, che sconfina già di parecchio nel mentalismo, e quello di transfert, che sopperisce con l’intersoggettività fossile oggettualizzata, all’incapacità della strega di cogliere l’intersoggettività attuale) - scova nel narcisismo e nell’Io narcisistico un coniglio davvero geniale, che gli consente con una ipotesi ad hoc (di questo si tratta!) di non gettare via la teoria della libido e di connettere lo schema originario libido-difesa a quello, logicamente più ampio, soggetto-mondo esterno. Freud sa benissimo che il concetto di libido narcisistica è un’ipotesi ad hoc, che poggia sulla distinzione puramente verbale tra libido dell’io  e interesse delle pulsioni dell’io. Non usa il termine, ma esplicita il senso in modo assai chiaro. Si trattava del resto di una manovra del tutto legittima  che,  consentendo di prendere tempo e di usufruire del vantaggio iniziale garantito dalle conoscenze ricavate nell’analisi delle nevrosi, avrebbe potuto portare a una modificazione dall’interno della teoria, che sembrava poter virare, grazie al narcisismo, in una direzione più prossima ad una teoria soggettuale. Freud ci andò molto vicino. Tra il 1914 e il 1917 il traguardo sembrava raggiungibile e, infatti, nella lez. 26  scriverà: “la psicologia dell’Io alla quale aspiriamo non deve essere fondata sui dati della nostra autopercezione, ma, come per la libido, sull’analisi dei disturbi e delle devastazioni dell’Io. E’ verisimile che quando quel maggior lavoro sarà compiuto, non terremo in gran conto la nostra attuale conoscenza dei destini della libido, attinta dallo studio delle nevrosi di traslazione”. Non Avvenne. Anzi addomesticato il narcisimo - (con qualche acrobazia tendenziosa, che sfiora talvolta la mistificazione e anche con qualche sorprendente incidente, come quando “dimentica” di aver appena segato le gambe della sedia su cui fa accomodare il Super introducendolo nel coro dei concetti!) - con la sua riduzione a pura vicenda pulsionale, la teoria divenne ancora più pulsionale e ancora più mentalista, alimentando, certo involontariamente, accanto a quella processuale, una seconda anima, omuncolare e intenzionale, che prese a circolare sottobanco come il fantasma nella macchina. Il fantasma, del resto, si poteva nutrire facilmente, della spiegazione  dell’intenzionalità inconscia in termini di fantasie e desideri, che implicano una direzionalità omuncolare e mentalista che mal si concilia, oltre che con l’impalcatura meccanicistica, anche con la logica, dato che presuppone la spiegazione dell’azione di una qualunque Maria, tramite la sua totalità stessa, ma miniaturizzata, omuncolarizzata e ridotta a fattore causante. Pochi hanno notato che la tendenza freudiana ad antropomorfizzare i processi - che si esprime nell’attribuzione  di scopi, intenzioni e strategie anche alle istanze, arbitrariamente, trasformate, così, in agenzie sub-soggettive - non è soltanto una cattiva abitudine o  una veniale trasgressione del rigore concettuale. Esprime, invece, una necessità, che ha la sua radice nel fatto che la teoria si trova a dover spiegare il comportamento di un soggetto,  senza poter essere una teoria del soggetto. I lettori meglio disposti nei confronti  di Freud, hanno interpretato tali ibride escrescenze come  una seconda anima umanistica, quelli meno ben disposti hanno preferito parlare, più brutalmente, di vitalismo, finalismo e mentalismo.  In realtà si tratta semplicemente di ammettere, che la teoria freudiana si configura dal punto di vista epistemologico, per la sua origine, che colloca il soggetto nella strettoia dell’asse soggetto-oggetto, come un  cripto-dualismo all’interno di un monismo dichiarato. Di fatto, per tutto il secolo XX, la psicoanalisi, in quanto scienza dei processi, che si occupa dei  vissuti e dei significati, si è trovata in bilico tra i due versanti del dualismo cartesiano e del muro diltheyano, non potendo rinunciare né alla sua vocazione scientifica né al suo oggetto soggettuale. Una scienza del soggetto sembrava, infatti, impensabile e la psicoanalisi, che, per natura e posizione logica, non può essere, che una scienza della soggettività, ha scontato l’errore di Cartesio, fungendo da ghiandola pineale tra la scienza riduzionista della res extensa e la scienza ritenuta impossibile della res cogitans.

L’esito, certo non previsto e non voluto, della ricerca rapaportiana, rivela semplicemente la nudità del re, che alla fine giunge al pettine: la strega per poter garantire i suoi sortilegi conoscitivi, deve presupporre un cervello che appare assai differente dal “cervello reale” che, nella seconda meta del secolo XX, si cominciava a conoscere assai meglio di quanto non consentissero i rudimentali neuroni e i non più necessari assunti del fisicalismo, da cui la teoria aveva preso le mosse. I Rubinstein, gli Holt, i Gill e i Klein non fecero se non quello che deve fare ogni ricercatore scientifico e che Freud stesso al loro posto avrebbe forse fatto secondo l’ epistemologia e metodologia dichiarate  nel 1915. Il concetto di energia psichica, - (che fa semplicemente il verso  al concetto fisico di energia nella struttura logica e nella “funzione” teorica) - e il principio di costanza,  sono il graspo che regge tutto il grappolo. Non potevano che tagliarlo come è necessario fare con qualunque ipotesi che si dimostri erronea. Proprio la loro vicenda, però, conferma  che il problema era più profondo rispetto alle debolezze teoriche della strega in quanto profondamente inciso nelle sue fondamenta e nella difficoltà a coniugare le sue due anime meccanicista e mentalista.  Pur stabilendo infatti la necessità di una riformulazione teorica, essi non passarono indenni tra Scilla e Cariddi. Ci fu chi come Rubinstein e Holt preferì lasciarsi abbracciare dalla Scilla riduzionista e chi come Gill e Klein sprofondò nella Cariddi mentalista.
Credo però che sia ingeneroso addebitare ai rapaportiani la mortificazione della strega. La falsificazione di una teoria non è disfatta né fallimento, ma semplice presa d’atto dei suoi assunti  erronei (energia psichica) o del suo non rendere conto di nuovi dati resisi disponibili - basterebbe pensare alla differenza, che già negli anni sessanta era diventata evidente, tra il “bambino analitico” e quello “reale”! - o frutto dell’esaurimento della sua potenzialità euristica. Una teoria è una rete per pescare  “pesci-verità” (Popper),  ma, sopratutto nelle fasi iniziali e formative di una disciplina scientifica,  giunge facilmente a un punto in cui altro non riesce a pescare se non i sottoprodotti di se stessa. E’ il momento di consegnarla alla storia e di darsi da fare per produrne una nuova che spieghi i vecchi dati dando ragione dei nuovi. Da questo punto di vista la “morte” di una teoria è altrettanto importante e creativa quanto la sua costruzione. Le teorie non sono dogmi. Non asseriscono “verità”. Sono strumenti per conoscere congetturalmente qualcosa di non conosciuto e di non immediatamente conoscibile. Al contrario delle teologie, poggiano sull’ignoranza, non sulla verità e, nel processo conoscitivo, nascono per morire. La fine gloriosa di una buona teoria è di morire partorendo una nuova più potente teoria. Alla teoria freudiana questa fine gloriosa è stata negata dal mondo psicoanalitico che, per non dimenticare il suo fondatore, - “il padre che non doveva morire” diceva Wallerstein, l’ “autorevolissimo presidente” - ha preferito, in nome di una malintesa fedeltà riverente, perdere se stessa, tradendo il compito e l’impresa di continuare a perseguire da apripista la costruzione della psicologia clinica come disciplina scientifica, che proprio il suo fondatore aveva avviato con l’ormai falsificata, ma organica ed euristicamente potente teoria. Il risultato è che oggi la psicoanalisi è una pratica clinica senza una teoria che la giustifichi e che ne promuova e guidi la ricerca e lo sviluppo.  Inconscio, transfert, resistenza e difesa, promossi a teoria per decreto e volontà popolare, affondano, infatti,  radici, tronco e rami nella carne e nel sangue, ormai improduttivi, della strega.
Il lavoro di Contardi è comunque apprezzabile  (come è apprezzabile la coraggiosa impresa teorica di  F. Riolo) non fosse altro perché si occupa di un problema vero al contrario dell’imperante, fastidioso, inutile clinicismo. Certo! Questi studi sarebbero stati assai più efficaci e utili 40 anni fa, ma allora non c’era chi li scrivesse e sopratutto chi li pubblicasse. Del resto, cantare fuori dal coro è cosa assai ardua ancora oggi.